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Da Porto X

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Accidia: (pr. accìdia) n. f. [dal gr. akēdía «negligenza»]. – 1. Apatia o indif­ferenza; anche, estrema pigrizia. 2. Nella morale cattolica, svogliatezza nel fare il bene e nel comportarsi in modo virtuoso.

(Vocabolario Treccani)

Vi spoilero subito:

Io sono un accidioso.

Lo sono stato e durante tanti piccoli e piccolissimi momenti quotidiani lo sono ancora. Anche per mettere insieme queste parole che vi apprestate a leggere l’accidia si è impossessata di me.

Ogni epoca ha la sua accezione di “accidia”, in base alle attitudini, agli usi e ai costumi del momento. Sembra essere tra una di quelle parole tra le più strumentalizzate, una di quelle parole il cui significato viene piegato ad arte in base alle esigenze che una società umana manifesto in un determinato periodo del percorso storico ed evolutivo.

Non voglio tediare con un certo nozionismo ma, per esempio, mentre per i greci la intendevano come “negligenza”, usando il termine akēdía addirittura per indicare la malattia per eccellenza, per i Cristiani, come ben sappiamo, la negligenza dell’accidioso riguardava nello specifico i doveri morali, configurandosi quindi come uno dei Peccati o Vizi Capitali.

Tra le tante grandi menti che ne hanno dato un’interpretazione personale, mi risuona in questo momento della mia vita tanto Albrecht Dürer, secondo il quale accidia è lo sconforto nella difficoltà di trasmutare piombo in Oro, e questo mi piace assai, lo trovo metaforicamente e filosoficamente affine alla mia sensibilità. Ammirando la superba incisione esoterica dal titolo Melancolia I, quell’angelo sono io, siamo noi, nell’atto di sprofondare la propria maestosità in una mesta ed arresa para-noia di sé nell’accettazione dell’incapacità (momentanea?) a trasmutare ciò che non va in ciò che si vorrebbe che fosse.

Anch’io ho la mia accezione di accidia. In verità è già da un po’ che mi ronza in testa,  ma ora più che mai, in virtù di tutta l’incontenibile verità sta emergendo dagli esseri umani, si impone ai miei occhi con innegabile evidenza: 

l’accidia è la pigrizia estrema nell’agire conformemente a ciò che si è, alla Verità di Sé (quello che chiamo L’Io che È), quella indolenza atavica dello stare in ciò che è comodo a discapito di ciò che è giusto, quella sciagura dell’essere che ognuno vive dentro nel reputare inutile qualsiasi scelta a fondamento di qualsiasi azione, riversando nel lamento tutta l’energia necessaria per uscire dalla propria cazzo di indolenza (scusate se ripeto “idolenza”), e contribuire con la meraviglia di ciò che si può essere allo sviluppo non solo di sé ma dell’Umanità tutta. 

Tuttavia questa meraviglia è solo un potenziale, pur non manifestandosi in tutti c’è sempre ed è ovunque, semplicemente se ne sta latente. E tale resta nell’accidioso, latente meraviglia inespressa. Accidiosi siamo ogni volta che  neghiamo a noi stessi la Verità del germe del Sé, perché coltivarlo costa troppa, troppa fatica, in termini di coraggio, dedizione, fede, azione, superamento del senso di colpa, dell’orrore del vuoto, eccetera, eccetera, eccetera…

Io sono stato e sono un accidioso, in forme assai diverse. 

Sono un accidioso d’ira, di dantesca memoria, ogni volta che  non esprimo la mia sana rabbia, standomene  sommessamente nell’accettazione supina di ciò che di ingiusto mi accade  (non a caso Dante immerse nelle medesime acque del fiume Stige gli iracondi e in mezzo e sotto di essi gli accidiosi, quasi per una ironica complementarietà di colpa). 

Sono accidioso passivo-aggressivo ogni volta che che non agisco e mi lamento, mi lamento, mi lamento -guai a togliermi il giocattolo del lamento, potrei scagliarti contro la mia ira repressa fino a mandarti al rogo-, ed allo stesso tempo ho una parola di disprezzo e rabbia verso chicchessia, verso ogni azione e verso qualsiasi dimensione non mi contempli, solo per nascondere la mia indolente misera ed impotente esistenza.

Sono un accidioso newage -forma ormai da decenni tra le più popolari- , ogni volta che prima di prendere in mano la mia vita e decidere finalmente di sviluppare i miei talenti, mi metto “in ascolto”, devo prima “sentire” i chakra, l’universo e i segnali di Michele (non la pizzeria ma l’Arcangelo, così lo si chiama tra adepti), consultare l’Akasha e le vite precedenti, devo “capire” me stesso, stando fermo devo capire, devo pensare… conosco persone che sono rimaste “in ascolto” per anni senza esser riusciti a fare un passo in alcuna direzione, perché “sentono” ancora di dover stare “in ascolto”, perché finora non hanno sentito ancora bene. E intanto la vita scorre mio e loro malgrado…

Sono accidioso intellettuale, ogni volta che che leggo, mi informo, arrivo anche  ad immergermi in tutto lo scibile teoricofilosoficheantropologicoeconomicoscientificoletterarioartisticoeccetera, 

accumulando un sapere mentale al solo fine di sopperire alla totale mancanza di Pratica; mi riempio solo di concetti da spendere nelle più disparate occasioni da salotto senza mai darmi la possibilità di metterli in pratica, di imparare ad usarli nel quotidiano, illudendomi che la comprensione sia nella teoria tout-cour. Eppure una cosa l’ho appresa:  si comprende veramente  solo ciò che si esperisce direttamente. Infatti questa cosa l’ho appresa perché l’ho esperita direttamente, ecco. “Amicus Plato, sed magis amica veritas”, ossia “Platone mi è amico, ma più amica mi è la verità” diceva Don Chisciotte, Verità intesa come ciò che è ricercato esperito e vissuto direttamente, che non si ferma a ciò che altri pur autorevoli affermano.

Sono un timido accidioso ogni volta che mi nego per pudore o vergogna o insicurezza ad una sana manifestazione di me. A volte la timidezza non è un’attitudine caratteriale, ma una sottile forma di egoismo.

Sono un accidioso acritico ogni volta che, nella più totale svogliatezza mentale, abbandono completamente qualsiasi spirito critico delegando ai dogmi stabiliti da altri le coordinate del mio vivere. In questo momento è la forma di accidia più dilagante.

Ne potrei aggiungere altre, ma il punto è che in qualunque modo si manifestino, le diverse forme di accidia in comune hanno la mancanza di una qualsiasi presa di responsabilità. Comprendo allora sempre di più che accidioso è colui che non si assume alcuna responsabilità del proprio essere nell’universo. L’estrema pigrizia eccola qua!

Mi chiedo se dietro la paura stessa non ci sia prima di tutto la pigrizia. Non dietro l’innesco della paura, ma del suo perdurare. La pigrizia prolunga e alimenta la paura, e la paura alimenta l’indolenza nell’agire. 

A proposito del significato del Guerriero, più volte mi è capitato d ribadire che tale non è colui che è senza paura, ma colui che ne ha, la vede, l’accoglie e la attraversa. E dunque, L’Essere coraggioso, prima di attraversare la propria paura, è tenuto a scavallare la propria accidia, la propria estrema pigrizia

Valentino Infuso

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